DitoNellAno {Mi suicido al 65%}

martedì, marzo 21, 2006

Osserviamo le persone sotto di noi, vestite con roba di seconda mano acquistata alla missione o, al doppio del prezzo, a Haight. Portano camicie attillate di fibre sintetiche con due bottoni slacciati, magliette logore con il logo di compagnie sonosciute, le teste rasate o con chiome studiatamente scompigliate alla Westerberg. Ci sono giovanotti di Stanford in camicie oxford azzurrine e capelli corti spalmati di gel. Ci sono donne piccine con scarpe enormi, avvolte in confortevoli camicioni con gli orli ribattuti.
Tutti parlano. Ognuno è venuto qui con i suoi amici e sta chiacchierando. Colleghi di lavoro, gente che si vede ogni giorno e si dice cose dette un milione di volte. Proprio come noialtri, tutti hanno in mano un bicchiere di birra appena spillata.
"Ordiniamo da mangiare?" diciamo/dicono.
"Non so. Che dite?" diciamo/dicono.

Da qui, dal secondo piano del bar, vedo le bocche muoversi ma le parole non sono altro che un brusio continuo e monotono, una specie di muggito punteggiato da occasionali squittii tipo: "Oddio!".
Siamo in troppi, sono in troppi. Troppi, troppo simili. Che ci fanno tutti qui?  Questo starsene in piedi, seduti, parlare. Non c'è neppure un tavolo da biliardo, delle freccette, niente. Semplicemente un gran cazzeggiare, perdere tempo, bere birra da bocali di vetro spesso...
Urge che accada qualcosa. Qualcosa di grosso. La conquista di qualcosa , che ne so, di un edificio, una città, un paese. Dovremmo tutti armarci e conquistare dei piccoli stati. Oppure dovremmo organizzare dei tafferugli. Oppure no, delle orge. Ecco, ci dovrebbe essere un'orgia.
Tutta questa gente. Dovremmo chiudere le porte, abbassare le luci e spogliarci tutti insieme. Potremmo cominciare noi, K.C. e Jessica, e poi via alla grande. Allora sì che ne varrebbe la pena, allora sì che tutto troverebbe una sua giustificazione. Potremmo spostare i tavoli, portare dei divani, dei materassi, dei cuscini, degli asciugamani, degli animali di peluche...
Ma tutto questo...tutto questo è osceno. Come possiamo starcene qui, a parlare di nulla, invece di correre come un'unica fiumana di gente verso qualcosa, qualcosa di enorme, e ribaltarlo? Perchè ci diamo la briga di venire fin qui in così gran numero, se poi non appicchiamo nemmeno un incendio e non facciamo a pezzi tutto quanto? Come osiamo starcene qui senza chiudere le porte, sostituire le lampadine a luce bianca con altre rosse, e dare inizio a un'orgia di massa in un gioioso mescolarsi di braccia gambe e seni?
Che spreco.

*****ato da inta 20:30
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domenica, marzo 12, 2006

Sono giorni ormai che piove e fa freddo e la burrasca ghiacciata costringe le notti ai tavoli del Posto Ristoro,
luce sciatta e livida, neon ammuffiti, odore di ferrovia, polvere gialla rossiccia che si deposita lenta sui vetri, sugli sgabelli e nell’aria di svacco pubblico che respiriamo annoiati, maledetto inverno, davvero maledette notti alla stazione, chiacchiere e giochi di carte e il bicchiere colmo davanti, gli amici scoppiati pensano si scioglie così dicembre, basta una bottiglia sempre piena, finché dura il fumo.

*****ato da inta 18:55
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da dove veniamo, cosa portiamo.
un fiorino.





sinceramente eravamo armati delle nostre migliori intenzioni
(ma non c'è differenza tra restare e una pallottola nel cranio)